Renzichè (M.Travaglio)

Nel confronto di giovedì con Maria Elena Boschi, la sua frase che più mi ha colpito, e naturalmente nessuno ha notato, è questa: “Io non ho ricevuto avvisi di garanzia, mentre i 5Stelle hanno i sindaci di Roma, Torino, Livorno e Bagheria indagati”. A quel punto le ho ricordato, invano, le sue parole del 2013 sul caso Cancellieri, quando persino lei ragionava ancora: l’allora ministra della Giustizia del governo Letta era stata sorpresa al telefono mentre tentava di favorire la scarcerazione di Giulia Ligresti e giustamente Renzi e Boschi ne chiesero le dimissioni non per motivi penali o giudiziari, ma per ragioni morali, deontologiche, politiche, di opportunità, essendo la Guardasigilli venuta indubitabilmente meno al suo dovere di imparzialità.

La Boschi parlò di “corsie preferenziali” per “gli amici degli amici”, per chi “ha santi in Paradiso”. Lo stesso si può dire oggi di lei per le sue numerose interferenze pro Etruria con banchieri e Consob. Ma oggi la Boschi non ragiona più, o non le conviene farlo: meglio buttarla in caciara, con la solita litania dei sindaci 5Stelle indagati. Che, per carità, parte da dati reali, anche se butta nello stesso calderone condotte infamanti (le telefonate del sindaco di Bagheria, subito sospeso dal M5S, a un parente per avvertirlo di indagini su un abuso edilizio nella sua casa), azioni non infamanti (le accuse a Chiara Appendino per fatti colposi nella disgrazia di piazza San Carlo a Torino e per l’appostazione di un debito nel bilancio municipale in una certa data anziché in un’altra, le vicende societarie di due municipalizzate livornesi disastrate contestate anche al nuovo sindaco Gianfranco Nogarin che le ha ereditate) e accuse tutte da verificare (la presunta bugia della Raggi sulle interferenze di Raffaele Marra nella promozione del fratello Donato, che ancora nessuno sa se fossero note alla sindaca). Siamo nella legittima polemica elettorale fra i partiti, tanto più dopo che Di Maio ha improvvidamente accostato la Boschi al tangentista Mario Chiesa.

Ma ciò che mi ha colpito non è quel che la sottosegretaria ha detto sulle indagini altrui. È quel che non ha detto: e cioè che indagini, rinvii a giudizio, condanne, e per fatti ben più gravi, pendono sul capo di altri politici ben più importanti. Lasciamo da parte quelle che alla Boschi non conviene ricordare perché riguardano esponenti Pd (a proposito: ancora nulla da dichiarare sulla saga del sindaco di Mantova Mattia Palazzi, indagato per tentata concussione e abuso d’ufficio non per fatti controversi, ma per svariati messaggi hot a signore che poi ricevevano finanziamenti dal Comune?).

O alleati del Pd (alfaniani filorenziani, Verdini & his friends). E vediamo quelle degli altri avversari del Pd, tipo Forza Italia e Lega. Salvini ha appena imbarcato Gianni Alemanno, rinviato a giudizio per corruzione nel processo Mondo di Mezzo (già Mafia Capitale) per presunte tangenti da Buzzi&Carminati, e s’è pure visto indagare il primo dei suoi neoconsiglieri regionali siciliani, Tony Rizzotto, per peculato. Perchè la Boschi non li cita? Forse che la Lega è meno avversaria del Pd che i 5Stelle? Per FI bastano per tutti due nomi: B. e Dell’Utri, pregiudicati (per frode fiscale e per mafia) e pure imputati (il primo per corruzione di testimoni e induzione a mentire, il secondo per violenza o minaccia a corpo politico nel processo sulla trattativa Stato-mafia).

Com’è che, alla Boschi, quando pensa a un politico indagato, vengono in mente Raggi, Appendino, Nogarin, persino il sindaco di Bagheria, e mai i due recordman mondiali di reati gravissimi? Fateci caso: la memoria selettiva non affligge solo la Boschi, ma l’intero stato maggiore renziano. Essendo impossibile che i vertici Pd trovino più grave il caso Raggi del caso B., il caso Appendino del caso Dell’Utri, il caso Nogarin del caso Alemanno, non resta che una spiegazione: in cuor loro, Renzi&C. avvertono i 5Stelle come nemici (gli unici nemici) e i forzaleghisti come amici, sempreché non abbiano già in tasca un patto di coalizione post-voto in cambio di un patto di non aggressione pre-voto.

In effetti chi già pensa di tornare al governo con B. dopo le elezioni non si mette ad attaccarlo prima. Ieri infatti Gianfranco Miccichè, ex manager di Publitalia e tuttora braccio destro di Dell’Utri, già artefice dei trionfi di FI in Sicilia nel 1994 e nel 2001 (i famosi 61 collegi su 61), di Totò Cuffaro nel 2006 e del centrodestra riunificato un mese fa, è tornato sulla poltrona di presidente dell’Assemblea regionale con i voti di quattro deputati renziani del Pd (coperti dall’anonimato grazie al voto segreto) e di due neoeletti di Sicilia Futura (la lista dell’ex ministro della Margherita Totò Cardinale, alleato del Pd). Appena incassati i voti del cosiddetto centrosinistra, Miccichè si è subito lanciato in un’appassionata difesa del galeotto Dell’Utri: “Nei suoi confronti c’è stata una cattiveria infinita. Sono stato zitto, perché mi hanno detto che dovevo essere votato ma ora parlo”. A suo avviso, se l’amico Marcello è in galera, non è perché ha favorito per vent’anni Cosa Nostra, ma perché “qualcuno si arroga il diritto di essere Dio” (nella fattispecie: la Cassazione), “una cosa insopportabile, non umanamente ma istituzionalmente”.

Il tutto a ventiquattr’ore e a poche centinaia di metri di distanza dalla requisitoria dei pm del processo Trattativa, che hanno raccontato come “Dell’Utri incontrò i boss prima di creare FI”. Ma, se all’Ars la destra, il centro e mezzo Pd festeggiano l’amico Miccichè, nell’aula bunker attorno ai pm che accusano Dell’Utri, Mori, Mancino e i capimafia c’è il deserto. Come sulle prime pagine dei giornaloni e sulla bocca dei renziani. E forse è meglio così: se parlassero, Renzi&C. sarebbero pure capaci di santificare Dell’Utri.

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