Il Caimano Atto II (M.Travaglio)

Avete notato che B. non si vede più? Tranquilli, non è morto, e non si è nemmeno ritirato. È semplicemente in fase di sommersione, come ogni Caimano che si rispetti. Quando deve fare cose indicibili e indecenti, non si mostra e non parla. Sta sott’acqua e di lì agisce, lontano da occhi e orecchi indiscreti. Non a caso tornano a circolare nelle sue residenze gli Uomini dell’Ombra, come Letta e Verdini, nel tradizionale turn over del Partito Azienda che alterna, a seconda delle convenienze, le colombe ai falchi.

Niccolò Ghedini, per dire, protagonista delle sfortunate liste forziste, non serve più: meglio che si occupi dei processi che fra poco ripartono. Tocca agli Inciucio Men, impegnati in una mission quasi impossible: far fruttare il 13% racimolato da Forza Italia, vendendolo al migliore offerente per riportare B., se non al volante, almeno nel ruolo di ruota di scorta. Cioè per renderlo indispensabile per il prossimo governo, ovviamente in cambio di qualcosa.

Il tornaconto lo conosciamo da 25 anni, essendo la ragione sociale di FI fin dalla nascita: leggi e politiche favorevoli o almeno non ostili a Mediaset sui prossimi assetti della Rai (guai se si rafforzasse facendo vera concorrenza), sulla battaglia con Vivendi, sulle nuove tecnologie digitali; e, ça va sans dire, nessuna norma anti-trust, anti-conflitti d’interessi, anti-corruzione, anti-evasione e anti-mafia.

Il primo obiettivo di B., sfumata la possibilità di tornare protagonista in un governo di centrodestra, è di evitare l’irrilevanza che gli deriverebbe da due diverse ipotesi di governo, entrambe per lui esiziali: un’alleanza 5Stelle-Lega, dove probabilmente Salvini scavalcherebbe per antiberlusconismo Di Maio per sgombrare il campo dalla mummia di Arcore una volta per tutte; e un’intesa 5Stelle-Pd, che passerebbe sul cadavere (politico) di Renzi e priverebbe il Caimano della sua ultima sponda nel centrosinistra (il Giglio Magico, con cui il partito Mediaset si è sempre trovato benissimo).

Se entrambe le soluzioni fallissero, B. avrebbe di che gioire, ma anche piangere, perché le elezioni in autunno sarebbero più vicine e il nuovo bipolarismo 5Stelle-Lega ridurrebbe il Pd e soprattutto FI a percentuali da prefisso telefonico. In quel caso però B. punterebbe sull’istinto di conservazione dei neoeletti per varare una bella ammucchiata, che è la sua prima e unica vera opzione: un inciucione con dentro Pd, FI, un pezzo di Lega di obbedienza maroniana e un pattuglione di parlamentari comprati qua e là o venuti via gratis per paura di perdere la poltrona appena agguantata il 4 marzo.

In quel caso, il suo ruolo sarebbe ben più decisivo di una ruota di scorta: quello di compratore-federatore dei voltagabbana che, facendo comodo a lui, i suoi media dipingerebbero come i nuovi “responsabili” e i salvatori dell’Italia dal baratro dell’instabilità. Con quali mezzi B. pensa di arrivare a questo epilogo da film horror, onde evitare di essere tagliato fuori dai giochi politici per la prima volta in vita sua? I soliti.

Niente di imprevedibile, almeno per chi conosce la sua biografia, prima e dopo la “discesa in campo” del 1994. Quando comanda lui, direttamente o per interposto Caf (Craxi, Andreotti, Forlani), nessun problema: le leggi ad personam se le scrive da solo. Quando invece un alleato gli impedisce di farsi gli affari suoi oppure comandano altri, scatta il piano A: per comprare chi si mette di traverso. Se la compravendita va a buon fine (come nel caso di Sergio De Gregorio, passato dall’Idv a FI nel 2006 in cambio di 3 milioni, e dei 30 e più “responsabili” guidati da Razzi e Scilipoti, acquisiti nel 2010 per rimpiazzare i finiani in fuga), tutto ok. Se no, si passa al piano B: i manganelli catodici e cartacei degli appositi canali tv e giornali.

Nel 1993-’94, la guerra preventiva contro Montanelli, che non voleva trasformare il Giornale in house organ, né levare il disturbo. Poi, caduto a fine ’94 il primo governo per mano di Bossi, tre anni di linciaggio del Senatur a reti ed edicole unificate, seguito da profferte (anche di denaro) ai “lealisti” riuniti già allora intorno a Maroni per dar vita a una “Lega buona”, fino alla resa del leader e al suo ritorno all’ovile. Intanto da Arcore partivano o passavano dossier contro Di Pietro: prima per farlo dimettere dal pool Mani Pulite (dicembre ’94) dopo l’invito a comparire a B.; poi per farlo indagare a Brescia dopo il suo rifiuto di diventare il numero 2 di FI (aprile ’95).

Nel 2010, appena Fini si staccò dal Pdl, gli house organ aziendali scoprirono all’improvviso lo scandalo della casa di Montecarlo: tutto vero, per carità. Resta da capire se l’avessero scoperto all’indomani del divorzio, o se lo sapessero già prima e lo tenessero in caldo. Un po’come il dossier su Dino Boffo, che nel 2009, appena criticò su Avvenire il puttanaio arcoriano, si vide rinfacciare dal Giornale una condanna per molestie: vera anche quella, ma di qualche anno prima.

Ora ci risiamo. B. invita ciascuno dei suoi a “farsi amico un grillino e a portarlo dalla nostra parte”, perché i 5Stelle “vanno cacciati” o comprati. Intanto possiamo immaginare quanti dossier circolino nei palazzi del potere, per ricattare i vincitori affinché non si scordino dei vinti e diventino leader a sovranità limitata. Soprattutto di uno. Il Giornale pubblica strani titoli su “I segreti di Salvini”, sotto i quali non c’è scritto (ancora) nulla. E strani pezzi a firma Luigi Bisignani (ex P2) sulla “lobby gay” che circonderebbe Di Maio. Si spera che Salvini e Di Maio, diversamente dai precedenti oggetti delle attenzioni della Banda B., non abbiano scheletri nell’armadio né in proprio né attorno. Altrimenti farebbero bene a controllare l’armadio: di solito, insieme agli scheletri, c’è un fotografo di B.

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