Fumus eversionis (Marco Travaglio)

Un amico avvocato calabrese ci racconta la storia di Maria, una sua cliente poverissima, separata dal marito e con un figlio a carico, che sbarca il lunario vendendo patate. Ha anche provato a partecipare a concorsi pubblici, ma è sempre stata respinta per via di una piccola condanna in primo grado in seguito alla denuncia del suo ex, per non avergli fatto vedere qualche volta il figlio. In attesa del processo d’appello, che non viene fissato da tre anni, il reato è caduto in prescrizione, ma finché non arriverà il proscioglimento la signora Maria non potrà aspirare ad alcun impiego pubblico. Il che, nella regione col record europeo di disoccupazione, equivale alla morte civile.

Ora immaginate come dev’essersi sentita questa povera donna l’altra sera, quando ha appreso dai tg che il senatore della Repubblica Augusto Minzolini, condannato in via definitiva a 2 anni e mezzo di reclusione e di interdizione dai pubblici uffici per peculato, cioè per aver rubato 65 mila euro di soldi pubblici alla Rai pagando spese private con la carta di credito aziendale, era stato salvato dalla decadenza grazie ai voti di 137 suoi colleghi di destra, centro e sinistra. Dunque non solo non va in carcere, ma resta senatore a botte di 15 mila euro netti al mese, più i contributi pensionistici. Cioè continua a sedere abusivamente nel luogo più pubblico che esista in barba all’interdizione dai pubblici uffici e alla legge Severino, in base a cui è tecnicamente decaduto da oltre 16 mesi, cioè dal giorno della sua condanna in Cassazione (12 novembre 2015).

Abbiamo già scritto e confermiamo che il voto su Minzolini va ben oltre la sua persona e il suo destino. Quello che l’altroieri hanno voluto affermare i senatori di Forza Pd, salvandolo dalle conseguenze di una legge che essi stessi avevano approvato nella stessa aula meno di cinque anni fa, è un principio che deve valere d’ora in poi per tutti i bramini della Casta: la legge è uguale per gli altri, ma non per noi; i tre gradi di giudizio valgono per gli altri, mentre noi ne abbiamo un quarto di giustizia domestica, nel senso che per noi non è definitiva neppure la condanna di Cassazione, perché poi ci giudichiamo da soli.

Quando questi concetti eversivi li teorizzavano i berluscones, tentando di trasformare il Parlamento in una Supercassazione per salvare prima Previti e poi B. dall’interdizione perpetua e (nel caso di B.) anche dalla decadenza imposta dalla Severino, il Pd si stracciava le vesti. Ora dice e fa le stesse cose. Chissà se la svolta sovversiva è condivisa da colui che forse non lo sa, ma è il garante supremo della Costituzione: il presidente della Repubblica.

Il 31 luglio 2007, quando il centrodestra alzava le barricate per Previti, un certo onorevole Sergio Mattarella, che a occhio e croce dovrebbe essere l’attuale capo dello Stato, dichiarava alla Camera:

“Quello che oggi in quest’aula celebriamo non è un giudizio nel merito delle accuse formulate nei processi all’on. Previti. Non ci compete. Siamo chiamati a prendere atto di una decisione formulata dalla magistratura in tre gradi di giudizio e passata in giudicato con la pronunzia della Corte di Cassazione. Ne dobbiamo prendere atto e assumerci la responsabilità delle conseguenti decisioni che competono soltanto a questa Camera. Non è possibile in alcun modo, con nessun argomento, complicare la realtà dei fatti che è, al contrario, estremamente semplice. Un cittadino interdetto in perpetuo dai pubblici uffici non è più titolare dei diritti elettorali, non può più votare e di conseguenza non può più essere eletto, e se è già stato eletto ed è parlamentare decade dal suo mandato ai sensi dell’art. 66 della Costituzione… sopra la quale non vi è null’altro, e sottolineo nulla… L’on. Previti è divenuto, dopo le elezioni, ineleggibile… È sempre la Costituzione all’articolo 56 che dispone che può essere deputato soltanto chi può votare, e ciò non è più consentito all’on. Previti per effetto di quella interdizione. La funzione di deputato è appunto indiscutibilmente un pubblico ufficio, e non gli è più consentito di ricoprirlo. Soltanto la Camera… può disporne la decadenza o accettarne le dimissioni, e noi siamo chiamati a farlo, salvo violare le regole della Costituzione e della legge, norme chiare e stringenti… Vi sono stati nel dibattito odierno alcuni abili, talvolta acrobatici tentativi di formulare argomentazioni volte a contestare la decadenza e le conclusioni della giunta, o addirittura a sostenere l’impossibilità di decadenza di un parlamentare, senza riflettere che ciò significherebbe che un parlamentare, qualunque colpa abbia commesso, qualunque fosse il reato da lui commesso, qualunque responsabilità abbia di qualunque natura, sarebbe comunque inamovibile: conclusione infondata, ma anche aberrante. Si tratta di tentativi che si infrangono contro la chiarezza di quelle due norme della Costituzione. Noi siamo chiamati a prendere atto semplicemente della verità dei fatti e ad adempiere al dovere di rispettare le regole poste dalla Costituzione e dalla legge”.

Parole che, sostituendo Previti con Minzolini, Camera con Senato e interdizione perpetua con interdizione temporanea (di 2 anni e mezzo), si possono ripetere pari pari sul voto dell’altroieri in Senato, a beneficio di tutti i senatori paraculi che discutevano financo la fondatezza di una sentenza definitiva, farneticavano di f um us persecutionis (dopo la Cassazione!), tiravano in ballo la loro improbabilissima “coscienza” e contestavano la (loro) legge Severino senza peraltro abolirla (ma, se anche la abrogassero, Minzolini dovrebbe sloggiare comunque, essendo interdetto dai pubblici uffici). Mattarella ha per caso cambiato idea? Oppure Mattarella non è più Mattarella? Fiduciosi e deferenti, attendiamo lumi dal Garante Supremo. Se non vuol farlo per noi, lo faccia per la signora Maria.

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