Fabio e Aleksandra, senza una casa né un lavoro: “A 50 anni sei vecchio”

Due vite difficili, poi l’incontro in un centro di accoglienza e la voglia di ricominciare insieme. Dopo l’ennesimo contratto non rinnovato per loro è tornato l’incubo della vita in strada: “Così è un calvario. Abbiamo scritto a chiunque, nessuno ci ha aiutato”

Antonio Piccirilli 18 ottobre 2017

“Noi la nostra scelta l’abbiamo fatta”. La scelta di Fabio e Aleksandra è quella di arrendersi. Lasciarsi andare. Farla finita. Insieme, da inseparabili, come hanno vissuto negli ultimi cinque anni. Nel bene, e soprattutto nel male.

“Avevamo già preso la camera d’albergo”, raccontano. E se ci hanno ripensato è solo perché all’improvviso qualcosa si è messa in mezzo. “Ci era stata offerta la possibilità di fare un percorso di fede a Medjugorje”, dice lui, 50 anni, un passato difficile ed un futuro che sembra un buco nero. Come quello della sua compagna, Aleksandra. “Succede sempre qualcosa, in un modo o nell’altro”, dice Fabio amaro. Ma il loro patto, come lo chiamano, non è stato rotto. “Il giorno in cui avremo più nulla in cui sperare lo faremo davvero”.

Le vite di Fabio e Aleksandra si sono intrecciate cinque anni fa, a Roma, in un centro per senzatetto di via Assisi: “Lui era appena uscito da psichiatria, io dal Cie di Ponte Galeria” racconta lei, croata di padre somalo, arrivata in Italia nel 2004 per seguire un uomo che forse non le aveva promesso mari e monti, ma una vita normale sì. “Invece appena scesi alla stazione Tiburtina mi disse: «La nostra casa è questa». Si è rivelato una carogna totale. Quando l’ho lasciato disse che l’avevo sposato per avere i documenti. Così mi chiusero lì dentro. Sono uscita che non avevo più nulla, solo un permesso di soggiorno per motivi umanitari”. Come Fabio. Il suo compagno di vita, incontrato per caso quando la vita sembrava non avere più nulla da offrire. Eppure insieme trovano la forza di reagire.

“Non volevamo vivere così, volevamo una vita normale. Abbiamo unito le forze. Lui trovò un lavoro a Civitavecchia, si alzava alle quattro del mattino e tornava di sera. Puoi immaginare che sforzo immane. Però lo fece. Poi quando si sono accorti della nostra relazione ci hanno buttato per strada: lì non era permesso”.

Una sciagura tira l’altra e Fabio perde anche il lavoro. “Perché? Si accorsero della mia situazione e mi cacciarono”. I due trovano di nuovo un tetto a Tivoli grazie a un francescano. “Aiutava soprattutto migranti e rifugiati, così mandai Aleksandra che è di pelle scura. Con me fu titubante, a lei diede subito retta. Dormivamo in una stanza con dieci persone. Tutti marocchini e tunisini”. Per Fabio c’è anche un nuovo lavoro in un’azienda di termoidraulica. I due si trasferiscono a Cecchina, sui colli romani. Riescono ad affittare un appartamento (in nero).

Per tre anni la vita sembra sorridergli, poi, nonostante le promesse, alla scadenza del contratto Fabio resta di nuovo senza lavoro. Così tenta il tutto per tutto: con i soldi della disoccupazione apre una partita iva e prova a mettersi in proprio come idraulico. Ma non funziona. E per lui e ‘Sandra’ torna l’incubo della strada. Che si materializza puntualmente lo scorso giugno. “Da allora abbiamo scritto una cinquantina di lettere: al Messaggero, a Repubblica, al Comune di Roma, al capo della Caritas, al Vaticano. A tutti. Non chiedendo niente. Solo la possibilità di fare una vita dignitosa”. Del loro caso si interessano solo gli ‘Angeli della Finanza’ che lo segnalano a questo giornale.

E il Comune? I servizi sociali? “La mia assistente sociale non sa nemmeno chi sono”, dice Aleksandra. “Lui ha cominciato a lavorare a 14 anni. Ha lavorato tutta la vita. Anch’io mi sono data da fare come badante, ho fatto di tutto. Però adesso siamo arrivati al punto che non abbiamo neanche più forza di lavorare. Siamo talmente stanchi che non ce la facciamo fisicamente”.

Case popolari? Neanche a parlarne. “Alle graduatorie non ci arriviamo nemmeno”, racconta Fabio. “Siamo entrambi ancora sposati con i nostri ex compagni. Non abbiamo i requisiti. La precedenza la danno a migranti e rifugiati. Gli italiani vengono scartati”. Il futuro è più nero che mai. “Io sono sotto terapia del dolore: prendo l’Oxycontin, un farmaco per malati terminali. Lei ha una trombosi venosa. Siamo tutti e due sotto psicofarmaci. Vivere per strada è un calvario. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dia una mano. Abbiamo bisogno di un po’ di tranquillità per ritrovarci e provare a fare le cose per bene. Ricominciare da sola a 50 anni è dura. Sei vecchio”.

E ogni tanto torna quell’orribile pensiero: “A volte penso: se fossimo due tossicodipendenti avremmo almeno la speranza di morire di overdose. Manco quello”.

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